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1° MARZO GIORNATA di MOBILITAZIONE CITTADINA: FIRENZE RESISTE, FIRENZE NON HA RIMORSI, FIRENZE IN PIAZZA!

7 anni di carcere per Resistenza alla Guerra
Questa è la sentenza che il Tribunale di Firenze ha emesso il 28 gennaio 2008 per 13 manifestanti che il 13 maggio 1999, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base contro la guerra della Nato nella ex Jugoslavia, “resistettero” alle cariche sotto il Consolato Usa.
7 anni per resistenza aggravata. E’ chiaro che l’unica aggravante in una sentenza così vergognosa è quella politica. La stessa volontà di vendetta presente nella sentenza di Genova per il G8 del 2001 e nelle richieste dell’accusa per il processo di Cosenza contro il Sud Ribelle, come i processi di Milano per gli antifascisti.
Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Una normativa ed un diritto penale, che rimane legato al Codice Rocco del ventennio fascista, e prevede di fatto tali pene (fino a 15 anni) così pesanti per reati connessi all’ordine pubblico, come quello di resistenza a pubblico ufficiale. Per lo stato la conflittualità politica non è ammessa, e l’incompatibilità con il sistema istituzionale si paga a caro prezzo. Declinare e rinchiudere 10 anni di movimento nelle aule giudiziarie, questo crediamo sia il senso di questa come di innumerevoli altre storie giudiziarie. E’l’altra faccia del delirio che avvolge le città e che si presenta come tema principale della prossima scadenza elettorale.
Sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, mantenendo i "vecchi" resistenza e danneggiamento. Dal 1999 in poi, anno della guerra nei Balcani, innumerevoli sono le inchieste e le condanne per reati che vanno dai danneggiamenti ai blocchi contro le grandi opere, dall’associazione sovversiva alla resistenza, dalle occupazioni di case e spazi sociali. I provvedimenti legislativi servono a qualificare tutte le forme di insorgenza come emergenza ed a dettare continui stati di eccezionalità.,
La vera emergenza riteniamo sia quella dell’agibilità dell’iniziativa politica. Ed in questo senso questa è una sentenza che parla a tutti. Non c’è più spazio per una critica al sistema. Non si deve manifestare, tanto meno contro la guerra. E poi, se al governo c'è il centrosinistra è ancora più grave, viene meno ogni "giustificazione politica".
Quella di Firenze è una sentenza che va oltre ogni misura e rappresenta uno strappo nello stesso tessuto giuridico-repressivo del paese. E’ una sentenza che lancia un messaggio preciso: tutti da punire severamente e simbolicamente, in questo caso con 7 anni di carcere per avere manifestato contro la guerra.
Di fronte a quello che sta succedendo a Firenze e non solo, crediamo non si possa e non si debba stare zitti. Crediamo necessaria una mobilitazione forte e continuativa che sappia far vivere questo processo in città e nei movimenti. Una mobilitazione che sappia rispondere al significato politico delle sentenze e nello stesso tempo costruisca e faccia crescere il movimento: per rispondere ai tentativi di criminalizzare con una generalizzazione delle pratiche conflittuali e con la capacità di mettere davanti la solidarietà alle divisioni. Un movimento capace di tenere alta la testa e di rovesciare la sentenza di Firenze e le altre analoghe.
SABATO 1 MARZO ad un mese dalle condanne GIORNATA DI MOBILITAZIONE
-MATTINA ASSEMBLEA NAZIONALE del Patto contro la guerra
-MANIFESTAZIONE ORE 15.OO P.za SAN MARCO
Cantiere Sociale K100fuegos, Movimento Antagonista Toscano, CPA Firenze Sud, Collettivo Politico di Scienze Politiche, Collettivo FuoriLOGO di Economia, Voci dalla Macchia, Rete dei Collettivi Studenti Medi Fiorentini
Mercoledì 20 Febbraio ASSEMBLEA CITTADINA FIORENTINA in SOLIDARIETA' ai condannati, per mobilitarsi contro questa assurda sentenza
7 anni di carcere per Resistenza alla Guerra
Questa è la sentenza che il Tribunale di Firenze ha emesso il 28 gennaio 2008 per 13 manifestanti che il 13 maggio 1999, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base contro la guerra della Nato nella ex Jugoslavia, “resistettero” alle cariche sotto il Consolato Usa.
7 anni per resistenza aggravata. E’ chiaro che l’unica aggravante in una sentenza così vergognosa è quella politica. La stessa volontà di vendetta presente nella sentenza di Genova, Torino, Cosenza e nelle inchieste e nei processi di Bologna e Milano.
Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Una normativa ed un diritto penale, che rimane legato al Codice Rocco del ventennio fascista, e prevede di fatto tali pene (fino a 15 anni) così pesanti per reati connessi all’ordine pubblico, come quello di resistenza a pubblico ufficiale. Per lo stato la conflittualità politica non è ammessa, e l’incompatibilità con il sistema istituzionale si paga a caro prezzo. Declinare e rinchiudere 10 anni di movimento nelle aule giudiziarie, questo crediamo sia il senso di questa come di innumerevoli altre storie giudiziarie.
Sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, mantenendo i "vecchi" resistenza e danneggiamento. Dal 1999 in poi, anno della guerra nei Balcani, innumerevoli sono le inchieste e le condanne per reati che vanno dai danneggiamenti ai blocchi contro le grandi opere, dall’associazione sovversiva alla resistenza, dalle occupazioni di case e spazi sociali. I provvedimenti legislativi servono a qualificare tutte le forme di insorgenza come emergenza ed a dettare continui stati di eccezionalità.,
La vera emergenza riteniamo sia quella dell’agibilità dell’iniziativa politica. Ed in questo senso questa è una sentenza che parla a tutti. Non c’è più spazio per una critica al sistema. Non si deve manifestare, tanto meno contro la guerra.
Quella di Firenze è una sentenza che va oltre ogni misura e rappresenta uno strappo nello stesso tessuto giuridico-repressivo del paese. E’ una sentenza che lancia un messaggio preciso: tutti da punire severamente, in questo caso con 7 anni di carcere per avere manifestato contro la guerra.
Di fronte a quello che sta succedendo a Firenze e non solo, crediamo non si possa e non si debba stare zitti. Crediamo necessaria una mobilitazione forte e continuativa che sappia far vivere questo processo in città e non solo. Una mobilitazione che sappia rispondere al significato politico delle sentenze e nello stesso tempo costruisca e faccia crescere il movimento: per rispondere ai tentativi di criminalizzare con una generalizzazione delle pratiche conflittuali e con la capacità di mettere davanti la solidarietà alle divisioni. Un movimento capace di tenere alta la testa e di rovesciare la sentenza di Firenze e le altre analoghe..
Proponiamo una assemblea cittadina per il giorno 20 febbraio alle ore 21.30 all’Archivio ’68 in Via Giampaolo Orsini,
e SABATO 1 MARZO, ad un mese dalle condanne, una giornata di mobilitazione e solidarietà con corteo
Centro Popolare Autogestito fi-sud, Cantiere sociale K100fuegos, Voci dalla Macchia, Rete studenti medi, Collettivo Politico di Scienze Politiche. Movimento Antagonista Toscano, Movimento di Lotta per la Casa
USA. PENTAGONO CHIEDE SEI CONDANNE A MORTE PER 11 SETTEMBRE
11 febbraio 2008: il Pentagono si appresta a chiedere la pena di morte per sei presunti terroristi detenuti a Guantanamo, dopo averli incriminati per l'attacco agli Usa dell'11 settembre 2001, rendono noto fonti militari.
Le sei incriminazioni riguardano Khalid Sheikh Mohammed, ritenuto l'autore del piano di Al Qaeda che prese di mira New York e Washington e altri cinque detenuti di Guantanamo, coinvolti a vario titolo negli attacchi.
Gli atti di incriminazione, secondo quanto ha reso noto in una conferenza stampa al Pentagono il generale Thomas Hartmann, riguardano in primo luogo l'attività di Khalid Sheikh Mohammed, accusato di aver proposto il progetto d'attacco già nel 1996 a Osama Bin Laden e di averne poi seguito tutte le fasi fino all'attuazione.
I detenuti incriminati dovrebbero ora venir processati dalle "commissioni militari" create dal Pentagono, che non sono mai entrate in funzione a Guantanamo.
Gli altri cinque incriminati sono Mohammed al-Qahtani (in passato indicato come il possibile 20° dirottatore mancante dell'11 settembre); lo yemenita Ramzi Binalshibh (un membro della cosiddetta 'cellula di Amburgo’); Ali Abd al-Aziz Ali (noto come Ammar al-Baluchi, nipote di Mohammed e ritenuto il braccio operativo del piano); Mustafa Ahmed al-Hawsawi (braccio destro di al-Baluchi); Walid bin Attash, noto con il nome di battaglia di Khallad, che avrebbe scelto e addestrato alcuni dei dirottatori.
Riparte la mobilitazione delle donne a difesa dell'autodeterminazione in tema di aborto. In diverse città italiane sono previsti per il pomeriggio di oggi presidi e sit-in per protestare contro quanto avvenuto al policlinico napoletano Federico II dove una donna è stata interrogata dalla polizia subito dopo essersi sottoposta a un'interruzione volontaria di gravidanza.
A Napoli, Bologna, Milano e Roma ci saranno incontri e assemblee che potrebbe prendere forme più organizzate e proseguire nel tempo. La Festa della donna del prossimo 8 marzo potrebbe già richiamare un'altra mobilitazione, a difesa della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza. C'è accordo nel considerare l'episodio napoletano di «gravità inaudita». A Roma - nel corso di un'assemblea di movimenti femminili e femministi alla Casa internazionale delle donne - si è parlato di una vera e propria «dichiarazione di guerra». È stata «una violenza contro il corpo delle donne, istigata dalla crociata per la moratoria sull'aborto. Una dichiarazione di guerra annunciata, preparata, provocata e istituzionale, da quando lo Stato e la politica hanno abdicato alla loro responsabilità e alla scelta di laicità. Il tema dell'autodeterminazione delle donne è una scelta di ogni singola donna».
La vicenda potrebbe avere una ricaduta anche nei lavori del Consiglio superiore della magistratura: le sei donne consigliere hanno, infatti, chiesto al Comitato di presidenza di intervenire sul caso. Un'iniziativa a cui plaude il ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, che definisce «vergognosa» la vicenda di Napoli. Arcidonna ritiene che le proposte come la moratoria sull'aborto avanzata da Giuliano Ferrara «siano dei veri e propri attacchi alla democrazia. È giunta l'ora che il movimento delle donne e tutti coloro che hanno a cuore i principi laici dello Stato scendano in piazza per dire basta a questi ripetuti attacchi alle libertà e ai diritti dello donne». Telefono Rosa, intanto, ha annunciato che fornirà assistenza legale gratuita alla donna che si è trovata a vivere il blitz della polizia in ospedale.
"STATO" di GUERRA e BOMBE, "GIUSTIZIA" di
RE
PRESSIONE e CARCERE!



Solidarietà ai condannati della vergognosa sentenza di 7 anni di carcere per i 13 compagni che scioperarono, manifestarono, e disobbedirono alla guerra in Jugoslavia del governo D'Alema nel 1999, subendo cariche e violenze ingiustificate sotto il consolato U.S.A. a Firenze, da parte delle Forze dell' "ordine"!

GUERRAeTRIBUNALI NON FERMERANNO le NOSTRE LOTTE.
APPELLO, VOLANTINO e APPUNTAMENTI della RETE dei COLLETTIVI in VISTA del CORTEO di SABATO e del PROCESSO di LUNEDI':
1999 Ex Jugoslavia: bombe devastazione e miseria
1999 Firenze: botte condanne e repressione per chi si ribella alla guerra
Il 13 Maggio del 1999, durante i primi giorni dall’inizio della guerra della NATO contro la Ex-Yugoslavia, dove l’Italia guidata dall’allora coalizione di Centro”Sinistra” del Presidente D’Alema era impegnata in prima fila nelle operazioni di bombardamenti sulle città Slave, si svolge in tutta Italia uno sciopero generale dei Sindacati di Base per chiedere la fine del conflitto e l’assoluta opposizione dell’Italia all’impegno di un solo soldato, di un solo aereo, di una sola bomba o all’utilizzo di una qualsiasi base in territorio italiano che fosse complice di questa guerra sporca.
Cortei per la pace si svolgono in tutta Italia, il movimento che poi sarà quello di Genova 2001,del SocialForum Fiorentino del 2002, delle 3 Milioni di persone a Roma contro la guerra in Irak nel febbraio del 2003, dei cortei a Vicenza contro le basi militari e quello che ha “accolto” Bush a Roma il 9 Giugno del 2007 con migliaia di persone in piazza, vede nascere il suo nuovo percorso di ferma contrarietà ad ogni guerra, sia essa di destra o di “sinistra”, proprio in quella primavera del 1999.
Il governo italiano non può accettare in quei giorni un’ opposizione interna al paese, visto il ruolo fondamentale che svolge in questa nuova missione di morte e bombe: la repressione più cieca contro ogni NO alla guerra viene sperimentata. Si vieta di manifestare sotto i palazzi del potere e sotto i consolati degli Stati Uniti, toccando e oltrepassando il limite della costituzionalità e del buon senso, si cerca di vietare così un dissenso scomodo e inaccettabile.
A Firenze quel giorno, l’ ennesimo corteo sfila per la città e riesce pacificamente a raggiungere il lungarno e il consolato USA, riuscendo quindi ad arrivare con la sua voce al luogo simbolo di chi ha aggredito un paese e un popolo, e ad esprimere il suo dissenso verso una guerra assassina.
Seguono cariche ingiustificate, come dimostrano i video della giornata, le “forze dell'ordine” sparano lacrimogeni ad altezza uomo a pochi metri dai manifestanti. Il corteo si dirige allora verso la sede dei DS, partito dell'allora presidente del consiglio D'Alema, occupandola.
Nella requisitoria non si leggono accuse legate all'occupazione della sede del partito, tali accuse invece, false ed ipocrite, sono legate a dei presunti atteggiamenti violenti da parte dei manifestanti nei confronti della polizia. 13 compagni rischiano dai 4 ai 5 anni di galera per delle accuse infondate che riguardano un corteo tenutosi 8 anni fa. Nell'odierno clima di delirio securitario e repressione feroce, la “giustizia” alza la voce credendo che la distanza temporale possa rendere tutto a lei più facile, credendo che i compagni e le compagne abbiano dimenticato o non siano pronti a difendere quella che fu una protesta pacifica e legittima. Noi studenti che non c'eravamo insieme a chi c'era e a chi crede come noi che una giustizia non giustizia non possa permettersi di condannare chi si è solo difeso dai comportamenti violenti ed ingiustificati della polizia scenderemo in piazza insieme a tutte quelle anime del movimento che lottano per un'opposizione forte e radicata alla guerra e alle logiche di mercato e infami che si porta dietro.
APPUNTAMENTI:
l 21/01 proiezione del video delle cariche al corteo e testimonianza di uno degli imputati alle 14.30 al liceo Michelangiolo in Via della Colonna
l 26/01 cena di sostegno alle spese legali al C.P.A. FI SUD in via Villamagna, concerto di “Banda k100fuegos”, ”Guestska” e “Malasuerte Fi sud”.
CORTEO 26 GENNAIO ORE 9.30 S.MARCO
Rete dei Collettivi Fiorentini
Inviando l'appello preparato da diverse realtà per il 26 gennaio sottolineiamo che:
la manifestazione sarà aperta da uno striscione unitario, dove invitiamo a partecipare, con scritto: "Guerre e tribunali non fermerranno le nostre lotte. Solidarietà agli imputati del 13 maggio '99";
il corteo passerà sotto il Consolato Usa, in Piazza della Signoria e davanti ai principali luoghi della repressione statale;
invitiamo i militanti dei partiti, dei sindacati e delle associazioni di governo a non portare in piazza simboli delle loro organizzazioni, non per esclusività ma per rispetto verso chi lotta ed è represso anche dalle leggi e dalle guerre di questo governo.
Iniziative con la proiezione del video sul corteo del 13/05/99 e la presenza degli imputati:
Venerdì 18 gennaio ore 21.30 al Cantiere Sociale K100fuegos – Campi Bisenzio
Sabato 19 gennaio ore 16.00 Pontassieve
Lunedì 21 gennaio ore 14.30 Liceo Classico Michelangelo Firenze;
Lunedì 21 gennaio ore 21.30 Pisa – Biblioteca Comunale
Mercoledì 23 gennaio ore 16.00 Polo Scienze Sociali di Novoli Firenze
Sabato 26 gennaio ore 21.00 cena sociale, ore 23.00 concerto dei Malasuerte al Cpa Firenze sud
Guerre e tribunali non fermeranno le nostre lotte
Il 28 gennaio ci saranno le sentenze per i 14 imputati al processo per gli incidenti sotto il Consolato Usa a Firenze il 13 maggio ’99, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base contro la guerra della Nato e del governo D’Alema in Jugoslavia.
Il corteo fu caricato sotto il consolato e seguì una giornata di mobilitazione con l’occupazione della sede DS, partito di governo. Fecero seguito una campagna di criminalizzazione ed attacco alla manifestazione, che si ritrova anche nella requisitoria del pm, con l’intento di colpire chi osasse contrapporsi. Per 13 denunciati la pesante richiesta di condanna va dai 4 ai 5 anni.
Sabato 26 gennaio saremo in piazza a Firenze per manifestare contro la guerra, la repressione ed in solidarietà agli imputati, in occasione della giornata di mobilitazione mondiale del movimento contro la guerra con iniziative in Italia nelle piazze e davanti ai siti militari, per il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, la chiusura delle basi militari e l'opposizione a che se ne costruiscano di nuove (a partire da Vicenza con il Dal Molin), la drastica riduzione delle spese di guerra e l’aumento delle spese sociali.
Guerra, repressione e controllo sociale sono del resto medesimi aspetti della militarizzazione della società necessaria ad alimentare l’economia occidentale e l’industria bellica, a controllare risorse e forza lavoro e ad imporre le regole della “democrazia”.
Dal ’99 in poi con la presa d’atto che la guerra permanente era iniziata e che uno stato in guerra non può tollerare la crescita di un’opposizione sociale e politica, sono infatti decine le inchieste, gli arresti, le condanne per reati che vanno dall’associazione sovversiva alla resistenza e numerosi sono i provvedimenti legislativi (dalle leggi contro il terrorismo ai numerosi pacchetti sicurezza) che caratterizzano questo come momento emergenziale e costituente, insieme alla guerra, di un nuovo ordine.
La guerra è infatti proseguita, si è rivolta verso il Medio Oriente, l’Afghanistan, la Palestina, il Libano e domani l’Iran o il Darfur, mentre la questione del Kosovo, diventa nuovamente un elemento centrale delle politiche di colonizzazione con l’intenzione di inviare nuove forze di polizia a supportarne l’indipendenza. E l’attuale governo ha sostenuto completamente la classe dirigente italiana che, in linea con quella europea e nordamericana, è coinvolta nell’espansione militare dell’economia occidentale ed impegnata nel consolidamento delle strutture militari e repressive in chiave continentale (Eurofor, Eurogendfor, esercito Europeo….). Vanno del resto in questa direzione l’aumento in 2 anni del 24% delle spese militari e la serie di contratti milionari firmati da Finmeccanica ed Augusta per la fornitura di F35 ed elicotteri da guerra a paesi NATO.
Le conseguenze di questa politica sulle condizioni di vita sono i tagli alla sanità, alla scuola, mentre la precarietà si afferma come condizione generale e contribuisce a creare insicurezza sociale. Le campagne sulla sicurezza pilotate diventano quindi facile valvola di sfogo con la quale giustificare la repressione verso gli immigrati e gli esclusi in genere ottenendo facile consenso, ed imponendo un concetto di sicurezza basato su repressione e controllo, mentre per noi sicurezza significa una vita, una casa, un lavoro dignitosi per tutti .
In questo contesto i processi di Genova ed al Sud Ribelle sono momenti esemplari dell’attacco alle forme di resistenza, che in questi ultimi anni ha visto oltre 9000 compagni coinvolti in procedimenti penali ed inchieste che vanno dall’associazione sovversiva alla resistenza fino agli ultimi reati di devastazione e saccheggio.
Ma bombe e tribunali non hanno fermato e non fermeranno la resistenza di coloro che in questi anni si sono opposte al sistema di dominio di stati occidentali e multinazionali: milioni di persone legate idealmente fra loro in tutto il mondo, dai protagonisti delle rivolte di Seattle a quelli di Cochabamba in Bolivia, dalla piazza di Genova alla resistenza nella selva colombiana. Questa è la storia e noi l’abbiamo scritta, non è certo nelle aule parlamentari o in quelle giudiziarie che cerchiamo giustizia.
Solidarietà agli imputati di Genova, Cosenza e Firenze
Solidarietà a tutti i compagni nelle carceri, sotto inchiesta e denunciati
Cpa-Firenze Sud, Cantiere sociale K100fuegos, Voci dalla Macchia, Rete Studenti medi fiorentini, Collettivo politico di Scienze Politiche, Collettivo FUORILogo Economia, Comitato smantellamento/riconversione base USA di Camp Darby, Slai Cobas, RdB-CUB, PCL, Sinistra Critica Firenze, Rete dei Comunisti, Realtà e individualità anarchiche fiorentine
SOLIDARIETA' AGLI IMPUTATI del 13.5.1999!

COLLETTIVO SIL- RETEdeiCOLLETTIVI
giovedì 17 gennaio alle 14.30
si riunisce
il COLLETTIVO
Global Project Napoli - Mercoledì 2 gennaio 2008
Il dramma della Campania, tra resistenze e rischio diossina, scempio dell’ambiente e interessi di politici ed imprenditori che continuano ad essere salvaguardati
Anche la commissione europea decide di fare un nuovo richiamo ufficiale all’Italia per il dramma dei rifiuti in Campania. Sei mesi dopo il primo richiamo ufficiale (all’epoca il commissario straordinario era Guido Bertolaso) la Ue torna a chiedere all’Italia la rapida risoluzione dell’emergenza rifiuti.
Al momento le uniche soluzioni sono , cosi’ come da 15 anni ormai, la difesa degli interessi economici di quel comitato d’affari fatto da camorra, imprenditori e politici che tiene in scacco la Regione Campania. La proroga di 11 mesi del Commissariato Straordinario all’emergenza rifiuti (fino al 30 novembre 2008) e’ quanto di piu’ grottesco poteva venir fuori da questa ennesima fase di clamore (parlare di emergenza dopo 15 anni e nessun piano strutturale e’ ridicolo) sulla questione rifiuti in Campania. La proroga del Commissariato straordinario rinvia per l’ennesima volta il passaggio di poteri alle Provincie e ai Comuni, garantisce un carozzone che ha sperperato 1 miliardo ed 800 milioni di euro in 15 anni, tra consulenze, perizie tecniche di studi privati smentiti puntualmente dagli enti pubblici, parcelle a sei zeri e note spesa infinite e che, dal primo gennaio, è guidato dal neo-prefetto Cimmino.
La chiusura definitiva, il 31 dicembre scorso alle ore 18, del deposito di ecoballe di Taverna del Re a Giugliano dopo tre mesi di lotte, cariche indiscriminate contro il Presidio Permenente, una decina di feriti complessivamente ed una media di oltre 50 camion al giorno in quello che, a tutti gli effetti, e’ divenuto il cimitero dell’agricoltura campana, porta ad uno scenario dove non ci sono piu’ luoghi da avvelenare con altra monnezza indifferenziata. Ed allora la "genialita’" del commissariato straordinario individua nella discarica di contrada Pisani nel quartiere di Pianura a Napoli il sito ideale per stoccare i rifiuti che provengono dai Cdr. La discarica di Pianura ha accolto per 30 anni i rifiuti della citta’ di Napoli ed e’ stata chiusa alcuni anni fa dopo un periodo di riapertura di alcuni mesi. Da tre giorni e’ stato installato il presidio permanente da parte dei cittadini della zona, che hanno gia’ visto distrutta la collina dei Pisani da decenni di sversamento della spazzatura. I Tg nazionali e la stampa main stream ci raccontano dei roghi in fiamme la notte di San Silvestro, dove anche un bambino avrebbe potuto immaginare che lasciare centinaia di tonnellate di rifiuti in strada a Capodanno nella citta’famosa per la bravura dei suoi maestri fuochisti, non sarebbe stata cosa salutare...
Dimenticando pero’ di ricordare che i roghi, quelli che avvengono tutti i giorni sotto i ponti delle strade di periferia, ai bordi delle statali e della A1, quelli di rifiuti speciali, hanno mandante ed esecutore : la camorra e lo smaltimento illecito di rifiuti speciali da tutta Italia. Si sprecano in questi giorni gli appelli per inviare l’esercito in Campania per massacrare le popolazioni che difendono la loro terra da una logica di sversamento che procede a tentoni senza nessuna strategia, ed omettono di dire che governi ed enti locali di centro destra e centro sinistra da 15 anni non sono stati capaci di elaborare un piano rifiuti completo che parta dal naturale inizio della filiera del rifiuto, ovvero la raccolta differenziata "porta a porta", per cui dal 1996 2.600 lavoratori sono stati assunti nei consorzi di bacino e vengono pagati senza lavorare, perche’ le istituzioni non applicano la raccolta differenziata con la costruzione delle infrastrutture necessarie.
Chiedono l’esercito per passare sopra le teste di chi caparbiamente si oppone alla difesa degli interessi dei poteri forti, della Fibe di Romiti, della Fisiaitalimpianti, delle ditte di trasporto e movimento terra legate alla camorra, agli interessi dei politici di destra e di sinistra che fanno affari con i rifiuti come dimostrato dalla magistratura napoletana. Le alternative alle discariche ed agli inceneritori ci sono , ed a chiare lettere i comitati di lotta in difesa della salute e dell’ambiente l’hanno detto all’ex commissario Pansa nel mese di ottobre, proponendo un piano alternativo fondato sulla differenziata porta a porta, attraverso l’assunzione dei 3.500 disoccupati inseriti nei percorsi di formazione e lavoro della Regione Campania, attraverso la trasformazione degli impianti di Cdr (combustibile da rifiuto) in impianti di trattamento a freddo in cui trattare i rifiuti con il metodo meccanico biologico come avviene in diverse metropoli d’occidente. La risposta e’ stata quella della difesa degli interessi dei poteri forti.
Per questi farabutti solo fumo nero....
giovedì 20 dicembre alle 14.30
si riunisce
il COLLETTIVO
buone feste!
Mitrovica saluta il giorno che, almeno sulla carta, poteva essere il più importante della sua storia con una pioggerellina sottile, quella che s’infila nelle ossa dei serbi e degli albanesi, senza alcuna distinzione.
Il fiume Ibar scorre rancoroso sotto il ponte di mille battaglie, che divide la parte settentrionale da quella meridionale, due popoli e due mondi con i suoi cento metri scarsi.
I media, come sempre nei Balcani, sono accorsi in massa per il grande giorno. Il ponte brulica di giornalisti, fotografi e cameraman che si salutano ammiccanti, tutti in cuor loro sperando che qualcosa accada, che anche questa volta i sanguinosi Balcani regalino violenza in quantità industriale da offrire per cena agli spettatori dei telegiornali. Resteranno delusi, perché non accade niente. L’unica nota di colore siamo noi del circo dell’informazione, accorsi numerosi a spintonarci per un’immagine o una dichiarazione, e i militari del contingente internazionale. Pakistani, argentini, filippini, italiani, svedesi e mille altri ancora, intabarrati nelle divise multicolori, a presidiare una violenza che non c’è.
Normalità. Intanto i serbi e gli albanesi, come a voler ostentare la loro indifferenza per tutto questo, sembrano essersi messi d’accordo, una volta tanto, per rispondere con una giornata di disarmante normalità alle fisime degli osservatori, in divisa, in doppiopetto o con un taccuino in mano. Sia nella parte nord che nella parte sud c’è il solito grigio tirare a campare. Un bar di qua e uno di là dove tutti fumano, guardando malinconicamente fuori dalla vetrina. Le botteghe dei mercati o i venditori ambulanti hanno ammassato le loro merci, per l’ennesimo giorno che alla fine avrà prodotto meno di quello che sarebbe stato necessario.
Ogni luogo ha i suoi simboli, ma si contrappongono fino ad annullarsi, come in un’espressione matematica a somma zero. Clinton contro Putin, la bandiera Usa contro quella russa. Simulacri della stessa povertà, della stessa disoccupazione, delle stesse pensioni da fame.
TORINO 10/12/2007
ADESSO BASTA, MAI PIU' MORTI SUL LAVORO, NESSUNA LACRIMA nel VOLTO di CHI SFRUTTA!
al fianco delle famiglie delle vittime,
a fianco degli operai in lotta!
Collettivo Sil
Pubblichiamo l'appello per il corteo di domani Sabato 8 Dicembre, in piazza della Repubblica alle h 14.00. L'appello è lanciato dai compagni sgomberati il giorno 29 Novembre di buon mattino dal Panico Anarchico in San Salvi e dall' Asilo Occupato di via bolognese, sgomberi "giustificati" nell'ambito di un' inchiesta antiterrorismo, dopo una rapina nel pisano, per ulteriori notizie e delucidazioni pubblichiamo infatti i comunicati stampa dell'Asilo e del Panico. Nel frattempo altri sgomberi e ancora "pulizia" in città..dove in effetti sotto le feste è tangibile ai nostri nasi sopraffini un aroma di pulito securitario, dopo lo sgombero della baraccopoli Rom a Firenze sud senza alcun preavviso alle 25 famiglie che le "abitavano"..
CORTEO DELLA MADONNA - SABATO 8 DICEMBRE -
ore 14,30 piazza repubblica
Due sgomberi (Villa panico e l'Asilo), una montatura giudiziaria per
"terrorismo", un'infinità di perquisizioni, denunce e fogli di via nella
città-laboratorio del pacchetto sicurezza e del nuovo fascismo di
sinistra, tra una retata e uno sfratto, tra un gippone dei carabinieri e
un'espulsione di massa di immigrati, tira un'aria irrespirabile.
Per rispondere a chi ci vuole banditi, in galera o in silenzio per non
fargli fare piazza pulita
Perchè firenze non resti immacolata
contro ogni forma di repressione
Noi non chiediamo niente, come ci siamo presi gli spazi ci prenderemo strade!
Invitiamo tutti i solidali a partecipare, non cerchiamo adesioni formali,ma con coinvolgimento reale
CONTRO I DELIRI SECURITARI TERRORISTA è LO STATO
ammutinati fuoriusciti dal Panico, dall'Asilo e da ogni dove
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Comunicato Asilo Occupato
Ieri 40 tra polizia digos carabinieri e vigili urbani sono entrati
all´Asilo occupato sfondando la porta e con la piu bieca delle scuse ci
hanno sgomberato mettendo fine così a due anni di vita
dell'occupazione,cancellando così in una mattinata laboratori, cene, spazi
e esperienze collettive che si erano costruite tra gli abitanti e il resto
del mondo.
Lo stesso giorno dopo una lunga resistenza sul tetto viene sgomberata pure
Villa panico.La ragione dell'intervento era quella di perquisire, cercare
fantomatiche armi.Noi sappiamo benissimo che per l'asilo il comune aveva
già firmato l'ordinanza di sgombero, in vista della vendita di un immobile
di proprieta´ pubblica per i profitti delle solite immobiliari. Ci hanno
perquisito per le nostre relazioni e ci hanno sgomberato per i loro
interessi: il resto è la solita montatura securitaria figlia di questa
ondata di repressione che attraversa ogni esperienza di autogestione e
autorganizzazione degli spazi e della propria vita. Riteniamo direttamente
responsabile dello sgomero il comune che si è parato il culo con
quest´ultima infamia della perquisizione per motivi di ordine pubblico e
sorridiamo alle allucinanti accuse che hanno spinto la questura a
immergerci nel calderone della 270 (indagine nazionale per associazione
sovversiva)
In citta negli stessi giorni, intanto assistiamo ad altri segnali
inquietanti, la perquisizione e l'aggressione di Domenica 25 nov nella casa
occupata dei somali del movimento di lotta per la casa, o le incursioni a
via Aldini e Monteoliveto di pochi giorni prima (o i fogli di via davanti
alla fermata del autobus del Luzzi alle 7 di mattina alla gente gente che
piglia il 25 per andare a lavoro!!!), dipingono un quadro ben preciso:
arbitrari rastrellamenti e uso massiccio di fogli di via sono all'ordine
del giorno, il comune di Firenze questo Natale regala razzismo,
intolleranza, sgomberi sotto il gelo e polizia, i giornali avvallano
completamente tale politica securitaria e censurano ciò che creerebbe un
minimo di dibattito, il livello di consenso altissimo, non ci facciamo
molte illusioni ma di certo non riuscirete ad estinguerci MERDE
Con sta merda non c´entramo noi la pistola ce l´avete voi!!!
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Comunicato Panico Anarchico
Come sapete, giovedì 29 novembre il Panico Anarchico e l'Asilo Occupato di
Firenze sono stati perquisiti e sgomberati in un'operazione diretta dalla
digos.
Il Panico viene sgomberato senza uno straccio di ordinanza di sequestro
dell'immobile e perquisito per associazione sovversiva in relazione alla
rapina in Versilia per cui, a giugno, furono arrestati Daniele e Francesco.
Gli sbirri, essi stessi senza molta persuasione, cercavano armi da fuoco,
entrando pure nelle case dei genitori ( non sempre in modo "gentile") e
portando come pretesto l'aver udito fantomatici spari nei pressi del
Panico .Nei verbali, mettevano sotto accusa i rapporti di solidarietà tra
l'ambiente anarchico pisano e fiorentino. I compagni resistono dodici ore
sul tetto, ottengono la liberazione dei vari fermati nella giornata e
riescono quasi tutti ad evitare la questura.
Gli occupanti dell'Asilo, già sotto sgombero per la solita speculazione
edilizia dell'amministrazione comunale, vengono purtroppo colti nel sonno,
perquisiti in relazione al Panico e portati in questura.
Il giorno dopo la canea mediatica si scatena, ed alcuni chiodi da cemento,
ritrovati dagli sbirri al Panico, vengono spacciati per bossoli calibro 25
(più o meno a salve secondo la fantasia del giornalista di turno). Il
ritrovamento di alcune mascherine-stencil, che proverebbe il coinvolgimento
dei "Panici" in una serie di graffitaggi, viene sbandierato come
testimonianza di chissà quali disegni eversivi.
Ancora una volta rapporti di amicizia, solidarietà e lotta vengono colpiti
dal reato associativo e coperti dai fantasmi mediatici del"terrorismo". La
procura di Firenze, nella persona della PM Angela Pietroiusti che firma le
indagini, già bocciata dalla sentenza d'appello del processo COR,
"rimandata a settembre" dalla revoca della competenza sulla seconda
inchiesta pisana detta "Gruppi d'affinità", ci riprova e si rilancia con
una montaturina fragile fragile. Che sia tutta qui la "terza fase" a suo
tempo promessa dal generale dei ROS Giampaolo Ganzera ll'indomani degli
arresti pisani dell'anno scorso? O forse si preparano altre sorprese?
In una delle città-laboratorio del delirio securitario, lo spettro
dell'eversione viene calato in un'operazione repressiva in grande stile che
mira a stroncare il fermento libertario che serpeggia a Firenze da qualche
anno a questa parte: le occupazioni, le riappropriazioni delle piazze, le
derive non autorizzate per le strade , l'opposizione ai deliri securitari,
l'autonomia dai sinistri partiti e lo sbeffeggiamento di qualche tirannello
di provincia. Più in generale, insomma, le manifestazioni di una vita che
non si lascia contrattare, di una insofferenza che non chiede il permesso.
Farci abbassare la testa fino a nasconderla nella sabbia della paranoia,
dividere il fronte della lotta, lacerare amicizie e complicità era
l'obbiettivo reale dei repressori. Gli è andata male, visto che
solidarietà e reciprocità si sono manifestate fin dal giorno degli
sgomberi, senza venire meno dopo.
Con i compagni dell'Asilo e svariati altri complici abbiamo preparato un
CORTEO PER SABATO 8 DICEMBRE A FIRENZE con concentramento in PIAZZA DELLA
REPUBBLICA alle ORE 14.30.
Ci sembra doveroso riportare l'articolo in prima pagina de Il Manifesto di oggi Venerdì 7 Dicembre. Senza ulteriori commenti..lasciamo lo spazio alle riflessioni personali nella sezioni commenti.
da Il Manifesto
Era flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio; ucciso dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far esplodere le macchine e costringere a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico s'è spezzato, trasformandosi in un lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi con lui son stati colpiti. Tutto e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere sembrava una città bombardata col napalm, raccontano i sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte, Antonio era alla quarta ora di straordinario.Dunque alla dodicesima ora di lavoro in quell'inferno.
Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno. Non è che gli restasse molto tempo per la sua compagna e i suoi tre bambini, la più grande di 6 anni e il piu piccolo di 2 mesi. Antonio era proprio il tipo di operaio di cui ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti vuole tirare fino all'ultima goccia di sangue alla macchine e agli uomini, ai ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell'occidente avanzato, sotto il controllo di Thyssenkrupp, un nome che se scomposto in due rimanda ad altri fuochi, a un altro secolo, a un altra guerra.
C'è la fila, adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro. Forse tutti si erano distratti: presi com'erano a combattere l'insicurezza provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica, nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza su lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è criminale. Chi chiede di produrre di più, per più più ore nel giorno e per più anni nella vita è corresponsabile dei crimini quotidiani sul lavoro. La sicurezza è incompatibile con l'accumulazione selvaggia, togliendo dignità e diritti ai lavoratori si aumenta l'insicurezza, sul lavoro e nella vita. I teorici del liberismo, della fine del welfere, di quella che spudoratamente chiamano flessibilità ma che pr noi è precarietà, hanno tutti i diritti nella nostra società. Ma almeno uno non ce l'hanno: quello di piangere i morti sul lavoro perchè quei morti sono vittime della loro cultura e della loro fame di denaro e di potere. I tre bambini di quel paesino del cuneese che si chiama Envie non sanno che farsene delle loro lacrime. Probibilmente i cancelli della fabbrica torinese Thyssenkrupp non riapriranno più. Speriamo che non riapra più, il prezzo da pagare per tenerla aperta è troppo alto.
Loris Campetti
giovedì 6 dicembre alle 14.30
si riunisce
il COLLETTIVO
Afghanistan, stragi insabbiate
Le bugie della Nato sulle vittime civili dei bombardamenti
Assadullah è un contadino di Kakrak, un villaggio sulle montagne della provincia centrale di Uruzgan: una delle tante zone controllate dai talebani.
Una sera di fine settembre era uscito di casa per andare a trovare un suo amico poco lontano. “Ero appena fuori dal mio villaggio quando ho sentito gli aerei e le esplosioni delle bombe. Sono corso indietro per vedere se la mia famiglia era sana e salva. Ho trovato la mia casa ridotta in macerie. Ho iniziato a scavare e ho trovato i miei quindici nipoti, maschi e femmine, stesi nei loro letti, mo
rti nel sonno. Il più piccolo aveva sei mesi, il più grande diciassette anni. Poi ho trovato i corpi senza vita di mia madre, delle mie due mogli e dei miei due fratelli. In quel momento ho pensato che tutto il mondo fosse morto e mi chiedevo perché io fossi ancora vivo. Il giorno dopo ho scoperto che altri due villaggi vicini erano stati bombardati: sessantasette morti in totale”.
I giorni successivi i comandi Nato hanno diramato un bollettino nel quale si leggeva che “l’aviazione e l’artiglieria della Coalizione hanno bombardato le posizioni nemiche nella zona di Kakrak, provincia di Uruzgan, uccidendo 65 talebani. Tre civili sono rimasti feriti”.
Il 17 novembre, Assadullah e altri capifamiglia della zona hanno ricevuto, senza clamori, un risarcimento monetario per i familiari uccisi.
Non fosse stato per l’inviato del Time magazine, la verità su quello che è successo a Kakrak non sarebbe mai venuta fuori. Sorge una domanda: quanti di quelle “decine di talebani” uccisi ogni giorno dalle bombe occidentali sono in realtà civili inermi?
Almeno mille civili uccisi quest’anno. Louise Arbour, capo della Commissione Onu per i diritti umani in questi giorni in visita a Kabul, ha definito “allarmante” la percentuale dei civili uccisi durante le azioni militari della missione Isaf-Nato: “Una violazione del diritto internazionale e un fatto che erode il sostegno popolare alla missione Nato e al governo Karzai”. La Arbour si riferisce ovviamente ai dati ufficiali sulle vittime civili dei bombardamenti: 337 dall’inizio dell’anno secondo le cifre fornite dalla Nato su un totale di oltre seimila morti. In realtà, se solo si tengono in considerazione le rare denunce fatte dalla popolazione afgana – come quelle di Assadullah – i civili uccisi risultano essere almeno un migliaio dal 1° gennaio 2007. Ma probabilmente si tratta ancora di una cifra ampiamente sottostimata. Sempre secondo i dati ufficiali forniti dalla Nato, quest’anno sono stati ufficialmente uccisi più di cinquemila “talebani”: quanti di loro, da vivi, erano civili?
Enrico Piovesana, peacereporter
Da oltre un anno, uomini e donne della città di Vicenza stanno lottando contro la costruzione di una nuova, immensa struttura militare statunitense, che non vogliamo sia costruita né nella nostra città nè altrove. Una lotta che vede accomunate persone di diversi orientamenti politici, con culture, linguaggi e storie diverse tra loro. Questa battaglia affonda le proprie radici nella difesa della terra e nel no determinato alla guerra, fonte di lutti e tragedie, nella richiesta di pace. La politica “ufficiale” ha mostrato, in tutta questa vicenda, il peggio di sé, tentando d’imporre una scelta del genere ad una comunità fortemente contraria. Senza alcuna differenza, i governi italiani di centrodestra e centrosinistra hanno deciso di passare sopra le teste dei cittadini.
Difesa dei beni comuni e del territorio, no alla guerra e nuove forme di democrazia e partecipazione ai processi decisionali, piena autonomia rispetto alla “politica”: questi sono stati, per noi del Presidio Permanente contro il Dal Molin, i punti cardinali per mantenere la rotta dentro questa vicenda. Insieme a molti altri uomini e donne di tutta Italia, abbiamo dato vita a manifestazioni imponenti, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Eravamo partiti dai nostri quartieri, nel silenzio, con poche forze, siamo riusciti a portare la contraddizione sul piano nazionale. Abbiamo appena concluso un festival, a cui hanno partecipato almeno 30.000 persone, per rilanciare la nostra lotta contro questo progetto di guerra. Siamo convinti che si debba però andare oltre, che anche questi stretti confini vadano superati. Abbiamo conosciuto, in questo nostro percorso, realtà in tutta europa molto simili alla nostra. Abbiamo incrociato forme di resistenza e di difesa dei beni comuni, del territorio e delle risorse naturali, così come comitati, associazioni e movimenti che lottano come noi per impedire l’installazione di nuove strutture militari funzionali alla guerra permanente e contro un folle processo di riarmo, e con tutte queste esperienze abbiamo condiviso l’assoluta mancanza di democrazia nei processi decisionali. Come un copione unico, abbiamo sentito le storie di chi, da Venezia con il Mose alla Val di Susa con l'Alta Velocità, da Napoli con i rifiuti a Cameri con la costruzione degli F-35, dalla Repubblica Ceca alla Germania, dall'Olanda a Heathrow, da Varsavia a Londra, ha impattato con un potere che si allontana sempre più dai bisogni e dalle volontà dei cittadini, imponendo dall’alto scelte non condivise.
Ora vogliamo superare nuovi confini. Siamo convinti che oggi sia possibile costruire uno spazio comune dei movimenti che, nelle loro differenze e peculiarità, portano avanti istanze di democrazia reale. Non vogliamo proporre forme di sintesi o semplificazione, non vogliamo costruire un movimento europeo che annulli le specificità di ognuno. Al contrario, vogliamo ragionare sulla costruzione di una rete in grado di far risaltare la ricchezza di questi movimenti. Per quel che ci riguarda abbiamo sempre preferito lavorare per allargare la partecipazione, per costruire spazi d’inclusione.
Siamo convinti che oggi l’Europa possa essere, allo stesso tempo, uno spazio attraversabile da queste istanze e una dimensione praticabile dai movimenti, nella loro autonomia, per produrre risultati effettivi, per misurare nel concreto la forza delle lotte. Abbiamo indetto, come Presidio Permanente contro il Dal Molin, un’iniziativa europea nei giorni 14, 15 e 16 dicembre, a Vicenza, con una grande manifestazione dei cittadini europei sabato 15 dicembre contro il progetto Dal Molin. Vogliamo, in quei giorni, far convivere queste complessità, metterle in relazione, con momenti di discussione e iniziative sul terreno della pace e del no alla guerra, della difesa del territorio e dei beni comuni, per ripensare assieme alle forme di partecipazione di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa, sempre più autoreferenziale e lontana dai bisogni e dalle istanze dei cittadini. La proposta che facciamo è quella di costruire assieme un primo momento di discussione europeo, da tenersi a fine ottobre, per preparare nel migliore dei modi la scadenza di dicembre.
Presidio Permanente, 20 settembre 2007

Giovedì 21 febbraio: Si riunisce il collettivo alle ore 14.30 in aula autogestita.